Beppe Madaudo
Un sovversivo, un fiancheggiatore o addirittura un brigatista: con queste accuse Beppe Madaudo è salito all’onore (!) delle cronache giudiziarie a causa della storia arcinota del suo fumetto sul rapimento Moro pubblicato su Metropoli. «Certo sono un sovversivo. L’ho detto anche al giudice. Ma il fatto che io abbia addirittura ritratto Moro mentre era prigioniero delle Brigate Rosse mi pare davvero ridicolo!» dice Madaudo, e ricorda che anche la magistratura gli ha poi dato ragione. Il suo disegno fu richiesto dai redattori della rivista Piperno e Scalzone semplicemente perché il fumetto storico (e di fumetto storico si trattava evidentemente anche in quel caso) era ed è il tipo di lavoro più congeniale al trentenne disegnatore palermitano: per Garzanti, per Franco Maria Ricci e anche per la RAI.
Madaudo ha fatto tra gli altri i fumetti dedicati a Napoleone, a Casanova e alla Rivoluzione d’Ottobre. Un’attività iniziata a Roma nel ’75, subito dopo avere finito l’Accademia di Belle Arti. Un’attività che ha portato Madaudo a essere uno dei più richiesti disegnatori di questi ultimi anni — non sono mancati nemmeno i premi delle grandi manifestazioni nazionali dedicate al fumetto come quelle di Lucca o di Prato.
Accanto ai fumetti c’è però anche la sua attività di illustratore per diverse case discografiche e per i settimanali l’Europeo e l’Espresso.
Per quest’ultimo fa soprattutto i disegni di apertura delle inchieste: sono disegni a due pagine che rivelano tutto il suo segreto e instancabile lavoro di incisore («è il lavoro che preferisco, a cui mi dedico da sempre, ma che credo non esporrò mai: oppure chissà…»). Nei suoi ritratti di personaggi famosi che compaiono spesso sull’Espresso — certe discontinuità nella sua presenza sono dovute più che altro alla sua voglia di ritirarsi di frequente per lunghi periodi — si riconosce immediatamente il trattamento del colore che contraddistingue le più sofisticate acqueforti, mentre il segno ha spesso gli spessori e gli andamenti tipici dell’acquaforte.
Una immagine di alto livello tecnico che ha però il limite oggettivo di porsi a ridosso dell’area più tipica della pittura tradizionale di sinistra, con il pericolo di cadere nella pura descrittività, interrotta solo da sussulti surreali troppo sporadici e occasionali.
Beppe Madaudo si trova quindi a coprire, all’interno dello “schieramento” dei disegnatori dell’Espresso, l’ala più vicina ai Vespignani, ai Guttuso o ai Caruso: «Non trovo una linea precisa nell’illustrazione di questo settimanale. Si va da Pericoli a Guttuso a seconda dell’argomento da trattare; ma anche nel mio lavoro non c’è una continuità vera e propria. Io e Franco Originario cambiamo il nostro segno, lo adattiamo alle esigenze del momento. Proprio l’opposto di Tullio Pericoli o della Meyer: loro hanno abbracciato uno stile, una linea espressiva ben precisa. Io mi ritengo invece un artigiano. In senso letterario: al servizio dell’industria editoriale, libraria e giornalistica lasciando la definizione di artista, citando Le Courbusier, ad acrobati e parrucchieri».
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Ottobre 1981