Il ritorno dell’artista-migratore: Madaudo si ispira a Beato Angelico


Il ritorno dell’artista-migratore: Madaudo si ispira a Beato Angelico

Il pittore, tornato dopo i successi all’estero in Sicilia, ha scelto di abbandonare l’attività di illustratore e di dedicarsi interamente all’arte «sublime ed eterea»

PALERMO. (lcb) «Dipingere è la trasfigurazione del sogno. È dare corpo alle dilatazioni dell’inconscio, materia sublime per la pittura». Così Beppe Madaudo, che da oggi al 29 novembre espone le sue tavole alla Galleria Arte al Borgo, descrive l’arte pittorica. «Arte sublime ed eterea» fatta però di materia: colla di coniglio e gesso di Bologna, oro e olio, legno e colpi di spatole. Strumenti con i quali il neo «Beato» dà forma e vita ai suoi quadri.

Una tecnica antica con la quale nasce sulle tavole la pittura irrequieta dell’«artista-migratore, viaggiatore dello spirito», che dopo venticinque anni sembra essersi fermato per riassaporare nella sua Palermo i colori di una terra che segretamente richiama a sé i suoi figli sparsi per il mondo. Nell’isola è ritornato insieme con le figlie e la moglie Licia, anche lei artista, conosciuta all’Accademia di Belle Arti di Roma e poi divenuta moglie e madre di Barbara e Vanessa, oltre che — dice Madaudo — «il critico più severo e autorevole dei miei lavori».

Ritrattista, disegnatore e illustratore alla moda, Madaudo ha scelto definitivamente nell’86 di occuparsi solo di pittura, ed è uno tra gli 87 pittori, inserito nella galleria virtuale «20th century artists», dedicata ai più importanti artisti del secolo. Le sue opere sono esposte nelle collezioni della Amsa Gallery di Amburgo e del Yoko civilization institute di Takayama in Giappone. La sua esperienza è fatta di incontri fortunati, quello con Hugo Pratt e Crepax assieme ai quattro figli dell’autore di Corto Maltese. Quello con Franco Maria Ricci che come un mecenate gli mise a disposizione un’ala della sua villa a Parma, per fargli lavorare alle incisioni del libro «Histoire de ma vie» di Casanova. Ma la notte la pittura prendeva il posto dell’illustrazione…

«Ho cominciato ad occuparmi di illustrazioni — ricorda Madaudo — guardando la Cappella Sistina, con quei disegni che sono un fumetto ante litteram. Lì ho intuito che il fumetto poteva avere delle potenzialità e ho fatto un libro con Garzanti che raccontava le storie degli indiani d’America. Poi, ho proseguito con altri editori illustrando fumetti presi dalla storia, dalla letteratura, dal teatro».

Nel ’76 ha vinto il Premio come miglior disegnatore italiano. Ha lavorato con molte testate, tra cui il Giornale di Sicilia per il quale ha creato trecento illustrazioni della «Porta del sole». Proprio questo è il suo ultimo lavoro d’illustratore. Qual è stata la molla che lo ha spinto a scegliere la pittura?

«Nell’86 l’Olivetti mi ha dato l’opportunità di realizzare tavole pittoriche e non semplici illustrazioni per un libro e ha acquistato dodici miei quadri, per la sua importante collezione. Da allora ho deciso: sempre pittura e no decisi a chi mi chiede disegni. Quella di illustratore è stata un’attività che mi ha portato denaro e successo, pur negandomi la libertà assoluta di esprimermi. La pittura è estremamente diversa dall’illustrazione che ha dei limiti imposti dall’editore. Dipingere è dar corpo al mondo onirico, all’immaginario slegato dalla realtà. Questo è il lato visionario, ma poi c’è la tecnica che non è altro che la maniera di rendere visibile l’idea stessa del quadro. Il colore è una nota che si può esprimere insieme o contrapposta ad altre note. Il quadro è un insieme di linee tracciate secondo un ordine e poi i colori sono il complemento di queste linee che hanno una funzione accordata secondo un certo schema».

Colori accordati anche con l’umore di chi dipinge?

«No, perché il quadro si realizza e si dipinge da solo. È autonomo. Io perseguo un’idea precisa, che però è già pienamente concretizzata dentro di me. Le do corpo sapendo perfettamente ciò che andrò a fare».

I suoi quadri sono dipinti su tavole di legno intrise di colla di coniglio e gesso di Bologna e ricoperti con sottili lamine d’oro alla maniera del Beato Angelico. Perché ha ripreso questa tecnica?

«Ricorrere a tecniche così antiche altro non è che il convincimento che l’arte nasce dall’arte che l’ha preceduta. C’è un legame indissolubile dall’inizio ai giorni nostri».

E il nuovo, cos’è per Madaudo?

«È quello che si riesce a fare sulla base dell’antico, del già fatto, del già visto. È una maniera per andare avanti tendendo alla perfezione, cercando di arrivare a rendere in maniera “perfetta” quelle che sono le intenzioni. Ciò è impossibile naturalmente. Per questo il quadro successivo nasce dall’insoddisfazione del quadro precedente. È questo ciò che rende l’arte sublime, che la fa protendere verso l’Assoluto».

Tra i soggetti scelti per la mostra palermitana compaiono draghi, serpenti, zebre, civette, cavalli alati, leoni, accanto a tante palme come mai?

«Le palme sono alberi sacri, simbolicamente rappresentano la mia gioventù, sono legate come gli animali alla mia infanzia trascorsa ad Acireale, a contatto con le carte e i colori dello studio di un professore di scienze che amava disegnare farfalle e leoni. Allora avevo quattro anni. Poi, mi trasferii con la famiglia a Palermo, m’iscrissi al liceo artistico e un giorno nel 1965 ricevetti un pacco con il timbro delle poste di Acireale. C’erano dentro tutte le illustrazioni originali degli animali, accompagnate da una lettera, che per me divenne un invito-testamento a continuare quel lavoro».

Dopo tanti viaggi nel mondo Madaudo ha deciso di fermarsi?

«Straordinariamente la voglia di tornare a Palermo, per esprimermi all’interno di questa realtà, è nata mentre mi trovavo in Giappone e ho rivisto quei colori che non avevo capito durante la mia infanzia. Era una cerchio che si chiudeva. Da qui l’idea di affrontare questa mostra che è il frutto di più di un anno di lavoro con quadri che sono nati a Palermo».

Ma Madaudo tornerà ad essere «pittore migratore»?

«Nella mia immaginazione c’è ancora un viaggio nel mondo con un carrozzone, simile a quello di Pinocchio, usato dagli zingari».

Loredana Cacicia Biondo

Giornale di Sicilia

15/11/1996