Dipingo fondi d’oro e ora son Beato
Da famoso illustratore ad artista d’altri tempi: il pittore siciliano ora firma tavole alla maniera dell’Angelico. Tema ricorrente: un fantastico bestiario frutto di una singolare eredità
Il maestro di Beppe Madaudo era un professore di scienze che viveva a due isolati di distanza dalla casa della sua famiglia ad Acireale, nella Sicilia di Giovanni Verga. Stufo di spiegare ai suoi alunni la differenza tra un celenterato e un mammifero, il vecchio professore si era ritirato in pensione per realizzare il sogno della sua vita: disegnare un album con tutte le specie animali esistenti. Un’opera titanica che richiedeva decenni di lavoro e una forza d’animo notevole.
A rinfrancare il professore quando un’ombra di stanchezza rallentava il pennello erano gli occhi curiosi di un bambino di quattro anni che non smetteva mai di chiedere informazioni sugli animali e sulle tecniche per disegnarli.
Quel bambino era Beppe Madaudo oggi famoso tanto per il suo passato di disegnatore quanto per l’attuale lavoro di pittore che gli sta regalando una notorietà internazionale: le sue opere sono inserite nella galleria multimediale “20th century artists”, una rassegna degli 87 artisti più importanti del secolo e dal 15 novembre saranno esposte in tre mostre consecutive. La prima a Palermo alla Galleria Arte al borgo. La seconda da gennaio a marzo alla Galleria di Enrico Bernard a St Gallen in Svizzera. La terza a Baden, in Austria.
Ma fino al 1986, Madaudo era uno dei più richiesti illustratori. Un doppio filo unisce le due esperienze, la ricerca artistica e il segno indelebile di quel maestro che ha cambiato il suo destino.
Per tre anni, infatti, Madaudo passò i pomeriggi più belli della sua infanzia in quello studio pieno di carte e colori. Lì vide nascere e crescere farfalle e leoni e imparò che ogni cosa, prima di diventare un pezzo del mondo, è una macchia di colore sulla tavolozza di un pittore.
Finché i genitori si trasferirono a Palermo e Beppe non vide più il professore. Ma quei pomeriggi nello studio di Acireale avevano segnato per sempre la sua vita. Nel 1965, quando Madaudo si era appena iscritto al liceo artistico e non vedeva il vecchio da dieci anni, un giorno un postino bussò alla sua porta con un grande pacco proveniente da Acireale. Dentro c’erano tutte le illustrazioni originali degli animali e una lettera. Era il testamento del professore che aveva lasciato tutti i suoi disegni a quel ragazzino che si aggirava carponi nel suo studio. L’unica persona che aveva condiviso il sogno della sua vita.
Per Madaudo quel lascito divenne il testimone di una staffetta. Qualche anno dopo partecipò a un concorso del giornale “Paese Sera” per disegnatori di vignette e vinse con un fumetto tratto da “Il muro” di Sartre. Terminata l’accademia di Belle Arti cominciarono a fioccare le richieste di giornali come “L’Espresso” e “l’Europeo” e di case editrici come Garzanti e Rizzoli. E così, il bambino che voleva diventare pittore si ritrovò a fare l’illustratore.
Assieme a Hugo Pratt e Crepax creò la figura di Corto Maltese. Franco Maria Ricci gli approntò un’ala della sua villa patrizia vicino a Parma per farlo lavorare indisturbato alle quaranta incisioni che illustreranno l’“Histoire de ma vie” di Casanova. Ma la notte Madaudo liberava la sua vena artistica e studiava le tecniche antiche per il disegno su tavola. Per lui il fumetto era solo una parentesi. L’occasione per il grande salto fu il libro della Olivetti del 1986. Un omaggio che Madaudo accettò a condizione di poter realizzare tavole pittoriche e non semplici illustrazioni. La Olivetti non solo diede il suo placet ma acquistò 12 delle sue opere. Da allora Madaudo non ha più disegnato fumetti ed è diventato un pittore a tempo pieno.
Dopo dieci anni di successi — le sue opere sono esposte nelle collezioni della Amsa Gallery di Amburgo e del Yoko civilization research institute di Takayama, in Giappone — Madaudo ha sentito il richiamo della terra e della sua infanzia. Tornato a Palermo da un anno, ha preso a dipingere soggetti che attingono a quegli anni lontani dello studio di Acireale. La tecnica è la stessa utilizzata dal Beato Angelico. Madaudo dipinge su tavole di legno cosparse di un impasto antico: gesso di Bologna e colla di coniglio. Su quella base, in molte opere il pittore siciliano usa la doratura in foglie d’oro mutuata dalla pittura bizantina e dalla scuola senese del ’200. Solo che nelle sue tavole l’oro, invece di essere semplice sfondo o materia viva per creare aureole dorate, diventa colore tra i colori. E il soggetto? Animali ovviamente.
Marco Lillo
L'Espresso
17/10/1996