Madaudo «rilegge» San Benedetto, quell’africano patrono di Palermo
PALERMO. (lcb) Dopo tanti viaggi, nella sua immaginazione c’è ancora un giro intorno al mondo con un carrozzone come quello di Pinocchio. Da due anni, però, il pittore Beppe Madaudo, è ritornato a Palermo per «fermarsi». Per riscoprire la storia e i colori della sua città in un viaggio, anche interiore, che lo ha portato ad incontrare San Benedetto il Moro, patrono di Palermo dal 1652.
Al santo nero, francescano, nato a San Fratello nel 1526 e morto a Palermo 63 anni dopo, Madaudo ha dedicato una tavola ad olio per restituirgli il volto, i cui lineamenti mancano dal corpo conservato nella chiesa di Santa Maria del Gesù. La tavola sarà donata alla città, nella mani del sindaco Leoluca Orlando, per restare esposta a Palazzo delle Aquile.
Oggi pomeriggio alle 17, intanto, in occasione dell’inaugurazione di una mostra di Madaudo nel Loft Corimbo di Piero Caldarera (via Principe di Belmonte 12, lato via Crispi, fino al 6 giugno), l’artista con un vecchio torchio, utilizzando per le acqueforti quattro lastre di rame, per imbibire via via la carta di quattro diversi inchiostri — giallo, rosso, seppia e azzurro — restituirà a tiratura limitata (solo 300) l’immagine del Santo, a figura intera accanto a due palme.
Benedetto, nato da genitori schiavi africani, trascinati dai Mori in Sicilia, poi affrancato ed entrato nell’eremo di Girolamo Lanza, dove fu cuoco, guardiano e maestro dei novizi, fu beatificato nel 1743 e canonizzato nel 1807, ma fu patrono della città già dal 1652.
«Leoluca Orlando — afferma Madaudo — ha inaugurato a Will, in Svizzera, una mia mostra. In quell’occasione mi ha parlato di San Benedetto il Moro, che conoscevo come la maggior parte dei palermitani. Mi parlò di lui come di un personaggio tenero, analfabeta, che sapeva però tradurre le Sacre Scritture. Mi chiese di fare un quadro, perché del Santo esisteva un’iconografia ridotta.
Per i pittori moderni non è usuale avvicinarsi a temi sacri, bisognava fare un quadro contemporaneo senza cadere nell’errore di farne un santino, esprimendo la santità, la forza delle mani che guarivano, ed il legame tra la sua origine africana e la nostra città».
Come ha immaginato il volto di San Benedetto il Moro? «Ho visto il suo corpo, conservato a Santa Maria di Gesù, il cui viso in cera è privo di lineamenti. Al momento di dipingere il volto non avendo il soggetto davanti, mi è venuta in mente l’immagine di un pastorello napoletano del Seicento, di pelle nera, con una scintilla di vita negli occhi ed una dolcezza e semplicità nello sguardo».
Loredana Cacicia Biondo
Giornale di sicilia
22/05/1997