Madaudo, il visionario un po’ “fauve”
PALERMO — Un po’ fauve, ma con la forza visionaria dei simbolisti, Beppe Madaudo torna a Palermo a distanza di un anno, con una mostra che Corimbo inaugura oggi alle 17, alla presenza del sindaco Leoluca Orlando, e che rimarrà aperta fino al 6 giugno.
Trentadue opere che sono un vero e proprio métissage di influssi arabi-orientali, tradotti su tavola con tecniche arcaiche del ’500, recuperate con passione da questo “ragazzaccio” di quarantaquattro anni che dipinge su sfondi che sembrano di cartapesta, si ubriaca di colori, di palme, e di cieli zaffiro, gioca con i gufi e i gatti, con creature impossibili e con fanciulle morbide e impenetrabili.
Un gioco iniziato a quattordici anni, con la primissima mostra realizzata alla Galleria Flaccovio, e proseguito sempre con l’indisciplina del genio scapigliato, “cultore del Rinascimento, ma da molti spesso definito un sovversivo”, unto dalla classifica degli 87 artisti più importanti del secolo, e da un prestigioso carnet di collezioni private, sparse tra Italia, Germania e Giappone; arruolato tra le pubblicazioni Garzanti, Mondadori, Rizzoli, e Novecento, e ingaggiato dalla ricchissima principessa del Sol Levante, signora di Okada, appassionata di jet privati e di autoritratti.
“Il Giappone è stato un capitolo curioso e divertente della mia carriera — racconta Madaudo — mi era arrivata una lettera dai pomposi ambasciatori, nella quale mi si comunicava di essere stato prescelto per ritrarre questa nobildonna; era una cosa del tutto nuova per me, che ero abituato a dipingere senza pensare al giudizio immediato di un osservatore”.
Ma con l’intento programmatico di iridere alla natura e alla figura umana. E si sente infatti che Madaudo ha nella mani un’incontenibile energia creativa, quasi una facilità e felicità del concepire e produrre, come uno che, chiosa il critico Luigi Russo, “invece di fare il bravo ragazzo e chiudersi in convento a meditare e imparare le lodi del Signore, si è dato alla Dannazione, strizzando l’occhio a tutta una pletora di bei benevoli, che lo hanno voluto libero e redento”.
Una bella contraddizione, che infatti Madaudo non intende scollarsi di dosso, tutto affaccendato com’è a gestire il suo arambandon di demiurgo ironico, vulcanico, felino.
C’è nei suoi quadri l’ozio e l’incanto di una antologia di favole miniate, tipo “I racconti del cuscino”, il colore acceso del Sud, e gli sfondi preziosi della tradizione bizantina; la ricerca di un’arte che abbia una resa il più possibile perfetta, e che, nella scelta di materiali inusitati come il gesso di Bologna e la colla di coniglio, non vuole essere per forza “alternativa”, ma solo qualitativamente più duratura.
Se si chiede a Madaudo quali sono i suoi punti cardinali, il pittore risponde con saggezza che sono tutte le esperienze percorse e sedimentate nel corso di una vita. “Lo diceva anche Marx, è la vita che determina la coscienza, credo che possa valere anche per l’arte. Le mie tigri non sono tigri, bensì concetti astratti come la ferocia, l’indifferenza; la bellezza”.
E quelle donne messe in posa come le avrebbe messe Tiziano e vestite di collant a metà coscia, come Toulouse Lautrec? “Anche per loro vale il carattere metaforico della mia pittura: una cosa sono le donne nella realtà, un’altra cosa sono le donne nei quadri; rappresentano emozioni diverse, a seconda dei momenti e degli stati d’animo, a meno che non siano ritratti: in questo caso è indispensabile cercare l’anima di chi ci sta davanti, e con questa che bisogna fare i conti”.
In occasione dell’inaugurazione della mostra Madaudo darà prova in pubblico, e in diretta, della sua perizia d’incisore: già da alcuni giorni, al centro del loft di via Belmonte, è posizionato un torchio che forgerà, un numero limitato di lamine raffiguranti San Benedetto il Moro, il patrono “extracomunitario” di Palermo, poco conosciuto in città, ma amatissimo dai nostri connazionali del Sudamerica. Ogni pezzo costerà 300.000 lire, praticamente un prezzo politico, se si considera che le incisioni di Madaudo vengono di solito vendute al doppio, e che comportano un lavoro molto complesso di più inchiostrature e sovrapposizioni, fino a raggiungere l’immagine finale.
Perché, forse non si è detto abbastanza, ma Madaudo ama molto Palermo, e tutte le opere esposte da Corimbo sono state realizzate proprio nella città dove è nato, e dove ha conosciuto forme e profumi insostituibili, come un curioso e instancabile monarca svevo in giro per vicoli.
“Sono tornato da un anno e mezzo — dice l’artista — e ho intenzione di fermarmi ancora per parecchi mesi”.
Dicono che per ogni artista c’è sempre un’opera che avrebbe voluto realizzare lui, e che, nella realtà dei fatti, lo ha sempre accompagnato come un’icona permanente, una specie di angelo custode. Qual è la sua icona permanente?
“Ripeto, tutto quello che ho visto si è stratificato nella mia pittura, ma se dovessi scegliere due tele, direi La nascita di Venere di Botticelli, e Guernica di Picasso”.
E infatti anche Madaudo, con la danza del ventre dei suoi oli e delle sue fiere ricorda il vecchio spagnolo. Chissà che come lui anche il Nostro non abbia il suo bel sole che gli picchia nella nuca.
Federica Certa
Il Mediterraneo
22/05/1997